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Sanremo e i fiori del male

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Sarebbe bello poter ricordare il 68esimo Festival di Sanremo come il vivaio sociale e culturale di una decisa opposizione al burqa che il post femminismo ha insaccato addosso alla vita e alla dignità delle donne in occidente mezzo secolo dopo il vero ’68.

Sarebbe bello annodare la cabala numerica di questo duplice sessantottismo, e partire da lì con “Io sono qui” la campagna contro la violenza sulle donne, lanciata dal sindaco di Sanremo Alberto Biancheri.  E raccolta da Michelle Hunziker che fin dalla prima serata del Festival di Sanremo, appuntando un primo elleboro bianco sui suoi abiti da sogno, ha inondato tutta la kermesse di fiori sugli ospiti, quali simbolo della lotta contro violenza e molestie: i fiori del male subìto dalle donne.

Sarebbe bello ma utopico, perché dobbiamo essere consapevoli che quei fiori, al massimo, possono essere deposti ai piedi delle tante bare.  E che nella terra dove volano coltelli, dove la cultura del rispetto si é dissolta, fagocitata dalla prevaricazione, la rivoluzione si fa combattendo armi in pugno contro il male.

E non a Sanremo con l’ennesima bella e politicamente corretta missione di peacekeeping floreale

Per questo stridono come non mai nel tempio ingrigito della canzone italiana, quei fiori del male silenziosi, appuntati sulle giacche e tra i capelli degli ospiti. Stridono come una pacchetta consolatoria sul feretro di chi è stato ammazzato.

Fiori del male Michelle Hunziker al Festival di Sanremo (ph. Agf).
Michelle Hunziker al Festival di Sanremo (ph. Agf).

Fiori lo erano quelle ragazze che oggi sono, senza giri di parole, salme. Deturpate, come se non bastasse, anche dal cannibalismo mediatico sempre gravido di retroscena pruriginosi.

Un fiore lo era Pamela Mastropietro, la ragazzina diciottenne romana, prima comprata al mercato del sesso on the road, per 50 euro al cambio di una botta e via, da un uomo di mezza età che oggi gioca a impietosirsi per la sua sorte. Poi morta non si sa ancora bene come, e fatta in 10 pezzi e infine infilata alla rinfusa in due valige da buttare via, come un rifiuto da discarica, a quanto sembra da uno spacciatore nigeriano con decreto d’espulsione.

Un fiore lo era Jessica Valentina Faoro, l’altra ragazzina diciannovenne milanese, rimpallata durante tutta la sua breve vita tra i servizi sociali,  e una famiglia incapace di occuparsene. Accampata un po’ qua e un po’ là, e finita tra le mani di un tranviere quarantenne italiano che, a quanto ha egli stesso confessato, non riuscendo a domarla, né a dominarsi, l’ha ammazzata a coltellate.

Dovrebbero essere loro i due fiori da “indossare” a Sanremo, loro che sono qui, nei titoli di giornali, sotto i nostri occhi: Jessica che, con la sua voce bellissima, su quel palco ci sarebbe dovuta salire con un microfono in mano, se anziché tanti orchi nella vita avesse incontrato almeno una fatina turchina.

E l’altro fiore a Sanremo dovrebbe esserlo Pamela, che ora risulterebbe finanche la musa ispiratrice di un “e penso a te” del suo primo carnefice, il quarantacinquenne che se l’è comprata con una banconota, come abbiamo avuto modo di leggere nel resoconto boccaccesco di un inviato del Corriere della sera (n.d.r. non possiamo chiamarlo articolo e neanche giornalismo, l’etica che, nonostante tutto, coltiviamo ancora ce lo impedisce) quando ci riferisce che “per farsi d’eroina ci vogliono i soldi e Pamela non ne ha. Ha con sé soltanto la sua bellezza e decide di venderla a lui. Allora l’uomo punta verso la casa della sorella e […] fanno sesso su una coperta. Cinquanta euro per un rapporto. Il procuratore capo di Macerata, Giovanni Giorgio, pietosamente aveva voluto raccontare un’altra storia“.

Grand’uomo, il procuratore capo di Macerata, capace ancora di provare quella humana pietas che lo scempio commesso sul corpo di una ragazzina impone. E di tacere i retroscena volgari e inutili, mentre su due tavoli dell’obitorio sono ancora stesi i cadaveri di Pamela e Jessica.

Il primo ricomposto come fosse un puzzle da riassemblare, l’altro ancora tiepido. Attendono di raccontare ai medici legali, che effettueranno i rilievi autoptici, quali e quante brutalità hanno dovuto subire quei due giovanissimi corpi. Auguriamoci almeno che, tra una caccia al sensazionalismo e una al colore mediatico, non venga in mente a nessuno di appuntare, a favore di telecamere, uno dei fiori del male alla Sanremo style sul bavero del camice del medico legale. Anche Baudelaire, il poeta maledetto, potrebbe trovarlo terribilmente stonato.

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Claudia Svampa
Claudia Svampa è nata a Roma dove attualmente vive. Scrive sulla rivista bimestrale Libertàcivili occupandosi di politica estera, immigrazione e temi internazionali. Ha fondato nel 2007 l'agenzia FRONTEPAGINA in collaborazione con giornalisti e fotocinereporter professionisti che coniugano la passione per l'informazione con la lunga esperienza maturata presso le più importanti testate nazionali ed estere. Ha curato la rubrica "Il Chiosco, una storia tutta italiana" sul magazine èItalia. E' stata per quattro anni corrispondente de Il Tempo dalla Tunisia e dal Maghreb. In precedenza, per la stessa testata è stata corrispondente per quattro anni da Bruxelles. Ha iniziato a lavorare a Il Tempo nel 1993, accreditata presso la Rai e Mediaset, nella redazione spettacoli e televisione. Si è poi occupata di cronaca internazionale e politica estera. Ha anche lavorato per le agenzie stampa AdnKronos, Aki e Grtv. Nel 2014 - a seguito del superamento del corso formativo teorico pratico - ha conseguito attestazione da parte del ministero della Difesa, del Coi e della Fnsi per partecipare come stampa embedded alle missioni nelle aree di crisi e di guerra.