Senegal: un’Africa di popoli, di sguardi, di incontri

Senegal: un’Africa di popoli, di sguardi, di incontri

19 Marzo 2020 0 Di Patrizia Russo

Una settimana è poco per conoscere il Senegal: ma con questo viaggio si entra in un’altra dimensione non solo spazio-temporale, ma soprattutto emozionale.

Senegal: un’Africa di popoli, di sguardi, di incontri

Quando si annuncia che la meta del prossimo viaggio è il Senegal i più rimangono straniti. E la domanda arriva in un lampo: Perché proprio il Senegal? Cosa c’è da vedere? In effetti pur essendo relativamente vicino all’Italia ha molto meno da offrire, turisticamente parlando, rispetto ad altri paesi del continente africano dove c’è solo l’imbarazzo della scelta tra le meravigliose spiagge delle Seychelles, gli avventurosi safari in Botswana, i mastodontici baobab del Madagascar o il fascinoso deserto della Namibia; solo per citare i più famosi.

Il Senegal, pur essendo geograficamente collocato in Africa nera è diverso; questo è innegabile. È un paese che non regala emozioni suggestive, non ha una varietà incredibile di paesaggi, ambienti naturali e animali. È un’altra Africa. Il viaggiatore sa che quello che vedrà non potrà essere rappresentato in una cartolina, né catturato in una fotografia o in un video. Questo viaggio, attraverso uno dei più colorati e ospitali paesi africani, fa entrare in un mondo nuovo, autentico, ricco di tradizioni ancestrali, rituali, colori, eccessi, enigmi.

Nessun racconto, per quanto coinvolgente, potrà far cogliere l’essenza di questo incredibile Paese

Il viaggio parte a bordo di un camion tipico della Parigi-Dakar e percorre un breve tragitto del famoso rally. Su bianche dune si attraversa una terra arida e povera, villaggi isolati di pastori semi-nomadi, per raggiungere una lunghissima spiaggia. La strada che ora scorre parallela al mare giunge al Lago Rosa.

Lago Rosa Ph. P.Russo/IT24

Il Lago Rosa in Senegal (Ph. P.Russo/IT24).

La denominazione deriva dalla presenza di un’alga che produce il pigmento rosso che lo colora. Il lago è famoso perché era l’arrivo della Parigi-Dakar. Altra particolarità del Lac Rose è il suo altissimo tasso di salinità, circa dieci volte maggiore di quello del mare.

Qui, come nel Mar Morto, non c’è il rischio di andare a fondo perché l’elevata salinità permette di rimanere a galla. Oggi non è nemmeno più tanto rosa, non è il posto ideale per fare il bagno, ma è sicuramente un buon posto per rilassarsi ed abituarsi ai ritmi africani.

Prossima tappa verso nord, destinazione Saint Louis. Questa città ha un fascino tutto suo. È diversa. Primo perché è una città come viene intesa in occidente, in tutto il viaggio, Dakar a parte, non se ne incontreranno altre.

Secondo perché diversa dalle città africane, più disinvolta e tropicale. Arrivarci di sera ha il suo fascino: per accedervi si percorre il Faidherbe Bridge, progettato da Eiffel, che luccica e si riflette nelle acque del fiume Senegal. Il ponte è considerato il simbolo della città e collega l’isola su cui la città sorge alla terraferma.

Passeggiando per i suoi vicoli, specialmente al tramonto, l’atmosfera che si respira rimanda a Cuba. L’antico centro storico dai colori accesi che ricordano l’isola caraibica è caratterizzato da un susseguirsi di case coloniali, atelier d’arte, usurati palazzi e strette viuzze che le sere di fine dicembre si animano per ospitare i Fanals di Saint Louis. Per le strade che portano alla piazza principale il ritmo dei tamburi detta la processione di spettacolari carri multicolori illuminati che rappresentano tradizionali edifici coloniali. I Fanals, lanterne in francese, fanno da cornice alla storia di una particolare classe sociale in una fase storica segnata dal colonialismo e dallo schiavismo.

Da Saint-Louis in poco più di un’ora si raggiunge il Parc Djoudj. Se volete essere sovrastati da una miriade di volatili questo parco, paradiso degli uccelli migratori e terza riserva ornitologica nel mondo, è il posto adatto! All’interno del parco, trovano riparo numerose specie di uccelli migratori che qui fanno sosta dopo aver attraversato il Sahara.

Djoudj è il primo luogo con acqua accessibile dopo l’arida immensità del deserto. Merita la visita del parco in piroga, scorrendo dolcemente in mezzo al fiume tra lussureggianti mangrovie e una miriade di cormorani si raggiunge un’intera colonia di pellicani.

Il Parc Djoudj, in Senegal, terza riserva ornitologica mondiale (Ph. P.Russo/IT24).

Il Parc Djoudj, in Senegal, terza riserva ornitologica mondiale (Ph. P.Russo/IT24).

Lungo la via che conduce al delta del fiume Senegal, se si è fortunati, si possono avvistare rettili, scimmie, iene, sciacalli, gazzelle e fenicotteri. Sulla strada s’incontrano diversi villaggi. Lo racconta l’autista, perché non si vedono. Sono nascosti dietro l’erba alta. Quello che si vede sono i bambini dagli occhi immensi che mostrano al fotografo un bellissimo sorriso. Ancora diversi km di strada per arrivare ad un villaggio alle porte del piccolo deserto di Lampoul dove un campo tendato attende per i festeggiamenti più famosi dell’anno. Nel mezzo di un mare di sabbia, quando il sole scompare, la volta celeste a poco a poco si illumina di miliardi di stelle.

Dopo colazione è ora di riprendere la marcia, accompagnati dal lento scorrere del tempo. Dalle distese sabbiose il bus riprende la marcia e percorre un’unica strada asfaltata. Tutto intorno solo terra rossa che inevitabilmente colora le giornate senegalesi. Sulla strada si vedono pecore, asini e mucche indisturbati attraversare la strada e gente appesa a qualsiasi mezzo di trasporto e montagne di roba accatastata sopra i bus fino a farli piegare.

Lungo la strada è obbligo una sosta al mercato degli animali di Sagatta. A differenza di altri mercati africani, questo è stranamente tranquillo e poco rumoroso! È possibile muoversi facilmente tra bestiame di varie razze e assistere alle contrattazioni tra venditori e acquirenti. Frequentato prevalentemente dagli uomini, è un buon set fotografico.

Senegal: Segatta, Il mercato degli animali (Ph. P.Russo/IT24).

Senegal: Segatta, Il mercato degli animali (Ph. P.Russo/IT24).

Prossima tappa Touba, la città della grande moschea. Durante i tragitti in bus sovente si incrocia, specialmente in prossimità dei villaggi, una moltitudine di gente colorata impegnata a camminare in fila indiana. In particolare colpiscono le donne.

Linde e vestite con cura come la legge mussulmana impone: una veste lunga fino ai piedi spesso molto colorata che pur coprendo tutto il corpo fino ai piedi mette in risalto una bella fisicità e un turbante ad incorniciare il volto dai lineamenti delicati.

Passando di villaggio in villaggio si ha la sensazione che qui la vita si svolga ai lati della strada principale. In alcuni punti fittamente costeggiata dalle più svariate mercanzie esposte per terra negli accostamenti più strampalati: divani vicino a infinite cataste di cocomeri, letti di fianco a scarpe, c’è chi lava la macchina “all’autolavaggio manuale”, ci sono i fabbri che lavorano chini, i venditori con le loro piccole bancarelle. E la gente gironzola, senza fretta, dando l’impressione di non saper dove andare e di non aver niente da fare.

Nella città di Touba si trova la Grande Moschea che accoglie pellegrini da tutto il mondo (dopo la Mecca è la più importante). È una grande struttura bianca di marmo, arredata con ricchi tappeti e dorature, con cinque minareti. Alcune sale e i cortili sono visitabili se accompagnati dalla guida. Ovviamente come la regola impone senza scarpe e le donne coperte da capo a piedi. (Se non si è abbigliati in maniera consona è possibile usufruire di foulard e parei che si trovano appena fuori il cancello).

Senegal, la Grande Moschea di Touba (Ph. P.Russo/IT24).

Senegal, la Grande Moschea di Touba (Ph. P.Russo/IT24).

Ormai è quasi sera e il bus interrompe la sua corsa nel villaggio di Sokome, dove è previsto l’home stay. Qui una cooperativa, la G.I.E. – Touris Jokkoo, nata con l’intento di ridurre la povertà della popolazione locale e di migliorarne le condizioni di vita, ha avviato il turismo solidale. I turisti vengono ospitati dalle famiglie aderenti al progetto. E così le case di Fama, Marietou, Matar, Aram e altri aprono le porte a sconosciuti viaggiatori che per una notte rinunceranno ai confort per condividere una cena, dormire nelle loro camere, chiacchierare amabilmente come vecchi conoscenti durante la colazione. Una notte in home stay può far vantare di essere stati veramente in Africa! Un’altra attrattiva di Sokome è la lotta tribale. Si tratta di uno sport tradizionale (è praticata al pari del calcio) e consiste in un combattimento corpo a corpo che termina con l’atterramento di uno dei due lottatori.

Ma non c’è tempo per soffermarsi, siamo già in marcia verso la prossima tappa! Quello che si vede dal finestrino è un’atmosfera atemporale: le costruzioni in paglia e alcune in muratura, gli animali che pascolano liberi tra le case, i bambini che vanno a scuola a piedi, le donne che spazzano la soglia di casa in terra battuta, le persone che si spostano con carretti trainati da cavalli o asini. Il viaggiatore a caccia di un’immagine di un’Africa “autentica” potrebbe aver trovato quello che cerca.

La strada che costeggia un paesaggio di savana arborata raggiunge Toubakouta, dove si prende un imbarcadero per arrivare a Sipo, una delle tante isolette del delta del fiume Sine-Saloum.

In Senegal arrivare in un villaggio è un po’ come entrare in una casa, c’è sempre qualcuno pronto ad accoglierti. Appena scesi dalla barca si incontra Ayan, un ragazzo che racconta di aver vissuto e lavorato in Italia per diversi anni, ma che ora è tornato nel suo paese per commercializzare il miele di mangrovia. Si cammina praticamente su un letto di conchiglie tra le capanne e si visita il villaggio scortati da una masnada di bambini. Tutti allegri e sorridenti. Quest’isola ha anche una sua regina, una signora quasi centenaria benvoluta da tutto il villaggio e richiamo per i turisti.

La Regina di Sipo Ph. P.Russo/IT24

La Regina di Sipo Ph. P.Russo/IT24

Dopo aver omaggiato la Reine, un’ora di cammino su sabbia bianchissima porta al Keur Bamboung, un eco-lodge (https://keurbamboung.wordpress.com/) dove oltre a pranzare si può anche pernottare.

La giornata sul delta del Sine Saloum continua sulla piccola isola di Diorom Boumag bianca e disabitata costituita da conchiglie su cui crescono imponenti baobab.

Il sole inizia a calare ed è ora di riprendere la piroga per non perdere il rituale del tramonto al “Reposoire des oiseaux”: un isolotto di mangrovie altissime su cui, agli ultimi raggi di sole diverse specie di uccelli si preparano per la notte.

Regola fondamentale è rispettare il silenzio. Uno dopo l’altro, gli uccelli arrivano e si contendono un ramo ove pernottare riproducendo ciascuno il proprio verso. In questo mix di richiami sonori, le fronde delle mangrovie iniziano a popolarsi e a colorarsi di bianco, nero, marrone e altri colori.

Spunta il sole. Si fa luce è l’ora di rimettersi in cammino. Lungo la strada si incontrano diverse moschee, alcune piccolissime. Qui dove l’acqua scarseggia al posto delle lussureggianti e capienti vasche troviamo catini e i fedeli si passano un po’ d’acqua sul volto. È indispensabile non sprecarne neanche una goccia. Altra giornata sul fiume.

Direzione Dijogane un villaggio di pescatori nel delta del Sine-Saloum. E’ molto più grande di Sipo, è piuttosto povero e alquanto isolato; e la distanza dalla terraferma non agevola le comunicazioni. Le abitazioni, tranne qualche eccezione, sono per la maggior parte molto modeste. Basta scendere dalla piroga e subito si viene attorniati da tantissimi bambini, molto felici della visita, che conducono il gruppo alla scuola cristiana del villaggio, ci sono due aule con tanti studenti di diversa età. Un giovane ed elegante maestro racconta le difficoltà, ma anche la motivazione e la forza che lo spingono ad andare avanti.

Studenti senegalesi (Ph. P.Russo/IT24).

Studenti senegalesi (Ph. P.Russo/IT24).

La seconda parte della giornata è dedicata alla visita di Djiffer. Sulla spiaggia sono arenate decine e decine di imbarcazioni dalle tipiche prue colorate. L’economia della zona è basata sulla pesca dei molluschi. Gli uomini pescano le conchiglie e le donne a terra le aprono e le puliscono come in una catena di montaggio. In più il pesce viene seccato al sole o messo sotto sale.

Se ci si è mai chiesti cosa significhi avere tutti e cinque i sensi aggrediti con forza nello stesso momento questo luogo lo consente. Il cattivo odore del pesce essiccato e soprattutto degli scarti, le donne che lavorano per aprire le valve e tirare fuori il mollusco su montagne di gusci, il caldo soffocante, il lavoro dei portatori che scaricano cumuli di grosse conchiglie, bambini e carretti trainati da asini che invadono le strade.

Dall’altra parte dell’isola tra casette fatiscenti si trova un mercato affollato e colorato. Un labirinto di viuzze aperte e vicoli coperti rivelano zone specializzate in beni differenti come artigianato locale, perline e biancheria intima, padelle e tamburi, galline e patate, denti di pesce e palloni, spezie e olio di baobab. Il contesto è sicuramente interessante, ma qui la gente non è molto cordiale; la teranga senegalese sembra essere un optional.

Senegal: la sgusciatura dei molluschi Djffer (Ph. P.Russo/IT24).

Senegal: la sgusciatura dei molluschi Djffer (Ph. P.Russo/IT24).

Per strada la gente cammina. I più a piedi. Sono sempre le donne a colpire l’attenzione. Camminano leggere come un acrobata sulla corda tesa con il bambino sulla schiena legato con un fazzoletto e un otre sulla testa. Il Senegal ha saputo mantenere la sua semplicità ed autenticità, seppur lotta tra l’arretratezza culturale data anche da una società prettamente rurale e il progresso che lo sta invadendo. La sensazione è che qui tutto sia provvisorio, instabile, debole.

Lasciato il delta del Saloum è doverosa una sosta a Samba Dia per ammirare il grande baobab centenario, il cui interno si può visitare attraverso un buco nella corteccia. I giganteschi e solitari baobab sono possenti, monumentali. Una pianta dall’aspetto strano, sembra nasca al contrario: rami simili a radici che si protendono verso l’alto e la chioma sotto terra. Basta fermarsi un attimo, perché il bus venga circondato da una folla di bambini e di colorate venditrici che offrono, a volte anche con una certa insistenza, prodotti di artigianato.

Attraversando una foresta di palme e di immensi baobab si arriva all’antica isola di Fadiouth. Collegata alla terraferma da un elegante ponte in legno è interamente costituita di gusci di conchiglie accumulati dall’uomo dai tempi dei tempi.

Senegal, ponte di legno a Isola Fadiouth (Ph. P.Russo/IT24).

Senegal, ponte di legno a Isola Fadiouth (Ph. P.Russo/IT24).

Sull’isola sorge un villaggio dove, contrariamente al resto del paese, sono i cattolici ad essere in netta maggioranza. Tant’è vero che al centro del villaggio è presente una grande chiesa. A Fadiouth le conchiglie vengono utilizzate per decorare i muri delle case, le colonne della chiesa e le tombe di un singolare cimitero. Insolito perché unico. È utilizzato sia dai cristiani che dai mussulmani. Un colle ricoperto di conchiglie, tombe e incisioni. La differenza di credo religioso dei defunti si percepisce dai nomi e dalla modalità di sepoltura. Un luogo di ecumenica tolleranza e fratellanza, proprio in un paese, che forse più degli altri, ha vissuto una storia di soprusi e violenze.

Senegal, il cimitero cristiano-mussulmano a Fadiouth (Ph. P.Russo/IT24).

Senegal, il cimitero cristiano-mussulmano a Fadiouth (Ph. P.Russo/IT24).

Sull’isola le macchine non possono transitare è quindi molto tranquilla ed è piacevole girare per le sue viuzze alla ricerca di souvenir nei tanti negozietti di artigianato locale.

Il viaggio volge al termine. Le ultime tappe sono l’Isola di Gorèe e Dakar che in un attimo riportano al trambusto delle città e al turismo più tradizionale. L’isola è Patrimonio dell’UNESCO ed è famosa perché vi si trova quella che viene chiamata la Maison des Esclaves, la casa degli schiavi. Da questa isola, infatti, sono transitati milioni di africani resi schiavi in America. Una delle strutture dove venivano ammassati e smistati è ora diventata un museo. Suggestiva è la porta che dà sul mare, porta dalla quale gli schiavi venivano imbarcati sulle navi per non fare più ritorno nella loro terra. Gorèe fu usata per gli imbarchi fino al 1848, anno della definitiva abolizione della schiavitù nei territori francesi.

Senegal, Maison des Esclaves a Gorée (Ph. P. Russo/In24).

Senegal, Maison des Esclaves a Gorée.

L’isola è piccola adornata di case colorate e buganvillee, vicoli stretti dove artisti realizzano disegni con la sabbia e boutique di souvenir gestite da esuberanti venditrici.

Lasciata l’isola si torna nella capitale. Dakar. Chiassosa, cosmopolita, animata e coloniale. Punto di riferimento è il monumento alla “Renaissance africane” (una struttura di 50 metri) e il lungomare della Corniche, dove moltissimi amanti del jogging lo percorrono a ogni ora del giorno e della sera.

Il paese della Teranga

Una settimana è poco per poter dire di conoscere un paese, ma è sufficiente per farsene un’idea. Visitare i villaggi, essere accolti dalla popolazione, essere assaliti dalla spontanea e vulcanica allegria dei bambini vivere con ritmi lontani dai nostri, cercare di capire peculiarità e problematiche. Il Senegal non è sicuramente una vacanza, è un viaggio tra la gente. Un paese che al contempo ammalia e stordisce: l’ospitalità, l’apertura mentale e la voglia di accogliere il prossimo di una comunità che sopravvive di agricoltura e poco altro.

Un cadeau (Ph. P.Russo/IT24).

Un cadeau (Ph. P.Russo/IT24).

E forse questa estate si guarderà ai venditori ambulanti che affollano le nostre spiagge con occhi diversi. Non trattateli male, perché nel loro Paese accolgono lo straniero con una bellissima parola: Teranga!