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Il delitto Regeni e la macelleria egiziana

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Giulio Regeni

Dalla pista “sessuale” all’incidente stradale, dal nom de plume agli studi di arabismo: ecco l’analisi dei depistaggi tentati dalle varie autorità egiziane per confondere le acque intorno al delitto di Giulio Regeni.

Delitto Regeni, depistaggi fuori ogni logica

Giulio Regeni 2

 

Mentre famiglia ed amici hanno salutato Giulio Regeni in esequie private, ed oggi alle 14 si tengono a Fiumicello, in provincia di Udine, i funerali pubblici, resta confuso e contraddittorio il quadro delle indagini svolte dalle autorità egiziane, che sembrano operare veri e propri depistaggi, peraltro fuori da ogni logica.

Il primo depistaggio post mortem da parte delle autorità egiziane viene attuato con un ridicolo tentativo di inscrivere il caso in un omicidio a sfondo sessuale dopo aver fatto ritrovare il corpo denudato dalla vita in giù. A fronte dell’indignazione rispetto alla messa in scena, non rapportabile allo stile di vita del ricercatore italiano, la seconda pista che le autorità di polizia tentano di accreditare è quella dell’incidente automobilistico.

Salvo poi rendersi conto che tanto la mancanza di frenate e segni di collisione sul luogo del ritrovamento, quanto le ferite incompatibili con un incidente automobilistico, non consentono di continuare a proporre simili mistificazioni.

Si cerca allora di ipotizzare la rapina finita tragicamente, poi l’atto terroristico nei confronti dell’occidentale, ma anche questi ultimi tentativi continuano a rendere lampante il disperato tentativo da parte delle autorità egiziane di trovare una qualunque strada di “omicidio comune” che allontani i sospetti di un atroce delitto politico.

In ogni caso, a dare manforte alla girandola di dichiarazioni e smentite da fronti opposti sono state tanto la Procura di Giza quanto il ministero dell’interno, l’uno dichiarando che il corpo di Regeni riportava evidenti segni di tortura, l’altro respingendo fortemente questa ipotesi e qualsiasi coinvolgimento nell’accaduto.

 

Dalle prime autopsie emergono torture disumane

Giulio Regeni é stato ferocemente torturato. Ai genitori il corpo è stato mostrato coperto da un sudario. Un Cristo crocifisso in terra egiziana non si sa ancora per espiare quali peccati secondo i suoi aguzzini. Ma si sa per certo che chi lo ha ucciso si è premurato di procurargli un agonia feroce e lenta. Moltissime ossa fratturate, orecchie entrambe ferite, due unghie strappate a mani e piedi, tagli su varie parti del corpo, anche sotto la pianta dei piedi e, per finire, una trazione laterale letale del tratto cervicale della colonna vertebrale che gli avrebbe spezzato il collo e lo avrebbe portato alla morte immediata per soffocamento.

Insomma, se le autorità egiziane appaiono ancora tanto disorientate rispetto al possibile movente e ai possibili autori di questa efferata esecuzione, il corpo martoriato di Giulio Regeni qualche indicazione chiara la dà: è stato torturato e ucciso con le stesse modalità e procedure con cui il Mukhabarat, la polizia segreta egiziana, che fa capo al ministero dell’Interno, regola i conti con le spie e con i dissidenti. E i conti, fatalità, li regola spesso in quelle ‘segrete’ sotterranee che ospitano le stanze per le torture e che si trovano proprio in prossimità del luogo del ritrovamento del corpo di Regeni.

 

Dal nom de plume agli studi di arabismo quali moventi

Se ad uccidere Giulio Regeni dovessero essere stati apparati, deviati o meno, della sicurezza egiziana, è del tutto verosimile che anche il movente della scrittura di articoli – sotto la copertura di un fragilissimo nom de plume – che riferivano di riunioni sindacali per di più in occasione di un incontro pubblico, o la conoscenza della lingua araba – che durante la detenzione lo avrebbe potuto danneggiare facendolo passare per una spia – verrebbero a cadere.

Perché chi aveva in mano il ragazzo non poteva, data la catena di comando mossa nei giorni della scomparsa, non sapere di avere a che fare con un semplice ricercatore universitario intento nei propri studi e totalmente estraneo al mondo dell’opposizione politica.

 

Obama e il mondo accademico internazionale chiedono giustizia per Giulio

Hanno iniziato gli accademici delle università più prestigiose (qui un articolo del Guardian), per poi allargarsi a tutti gli atenei e agli studenti, rilanciati dalla rete, dalle petizioni on line, dall’hashtag #giustiziaperGiulio in tutte le lingue. Poi si è aggiunto Il presidente americano Obama, che intervenuto sul caso Regeni con l’augurio di una rapida e chiara verità su quanto accaduto, ha chiaramente inviato a una più diretta azione e reazione lo stesso Al-Sisi, che il raggelante fiato sul collo deve averlo percepito distintamente.

 

Al-Sisi sapeva o non sapeva? La madre di tutte le domande

Secondo voi siamo così ” naif ” da far ritrovare il corpo del ragazzo ucciso proprio il giorno in cui arriva un ministro con la sua delegazione commerciale in Egitto?”

Così ha dichiarato l’ambasciatore egiziano in Italia. Ebbene, forse si. Forse sì perché con molte probabilità le autorità egiziane non si aspettavano minimamente un’interruzione dei negoziati bilaterali a fronte del ritrovamento del corpo. Tanto che il ministro degli Esteri egiziano non si è lasciato sfuggire l’occasione di mostrare “perplessità” per l’interruzione della visita del ministro Guidi.

Anzi si aspettavano con ogni probabilità il contrario, si aspettavano l’effetto deus ex machina. Derubricando così il delitto con uno dei tanti moventi “privati” forniti, avrebbero permesso al ministro italiano in visita di far coincidere il proprio arrivo con la risoluzione, seppur drammatica del caso. Una prassi ben consolidata nei paesi arabi a regimi “rigidi” dove nulla o pressoché nulla può un’opinione pubblica a fronte di suggestive ricostruzioni di fatti di cronaca derubricati ad atti di mera criminalità.

Invece Giulio Regeni non è stato solo ammazzato e ritrovato, é stato anche torturato. E questo cambia completamente il quadro della situazione e delle reazioni. Ed è qui che la madre di tutte le domande trova la sua collocazione. Quando Al-Sisi ha attivato il suo intervento e presumibilmente ha chiamato i suoi diretti referenti per avere notizie di Regeni ha saputo che era stato ucciso? Ha saputo come? O anche il presidente è finito imbottigliato in un ritrovamento del corpo eseguito come richiesto ma “gestito” da chi ha saputo danneggiare lo stesso presidente? Magari chi, come alcune frange della polizia e dei servizi di sicurezza, ancora vicine politicamente al deposto ex presidente Mohamed Morsi e ai Fratelli Musulmani, avrebbero avuto molto da guadagnare nel mettere in questo cul de sac strategico l’attuale presidente egiziano, tanto caro al premier Renzi e al mondo occidentale?

Resta il grazioso monito che l’ambasciatore Massari ha diplomaticamente offerto su vasellame di pregio al presidente Al-Sisi per uscire dall’impasse.

Questo caso è seguito dall’opinione pubblica di tutto il mondo – ha affermato l’ambasciatore – e un’indagine chiara e trasparente é un’opportunità per l’Egitto stesso di consolidare la propria credibilità come sistema paese”.

Appunto, un’opportunità. Se non vogliamo chiamarla necessità. Se non vogliamo che la morte di un piccolo grande giovane uomo italiano, oltre a restare impunita, venga oltremodo oltraggiata e utilizzata come cavallo di Troia, per faide di potere interne al regime.

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Claudia Svampa
Claudia Svampa, giornalista professionista, si occupa da oltre venti anni di temi internazionali, terrorismo, immigrazione e difesa. Lavora nella redazione della rivista Libertàcivili del ministero dell'Interno. Dal 2015 fa parte della redazione centrale di ItaliaNotizie24 per la politica estera. E' stata per quattro anni corrispondente del quotidiano Il Tempo dalla Tunisia. In precedenza, per la stessa testata è stata corrispondente per quattro anni da Bruxelles. Ha iniziato a scrivere per Il Tempo nel 1993. Ha anche lavorato per le agenzie stampa ADNKronos, Aki e Grtv. Dopo aver conseguito attestazione dal parte del ministero della Difesa, del COI e della FNSI di stampa embedded, accreditata alle missioni nelle are di crisi e di guerra, ha realizzato servizi e reportage in Sahel, Tunisia, Libia, Mediterraneo centrale, oceano Indiano, Somalia e Iraq. IN OGNI PARTE DEL MONDO - Reportage tra le Forze Speciali nei teatri di guerra é il suo primo libro.