Terzo stop alla May, la Brexit diventa un salto nel buio

Terzo stop alla May, la Brexit diventa un salto nel buio

29 Marzo 2019 0 Di Pietro Nigro

E puntuale arriva il terzo no del Parlamento britannico alla Brexit concordata dalla premier May con la Ue. diventa concreta ora l’uscita dall’Europa “senza regole”.

Brexit, il Parlamento britannico dice no alla May per la terza volta

Terzo voto contrario del Parlamento britannico agli accordi sulla Brexit concordati dalla premier Theresa May con l’Unione europea. A questo punto salta il rinvio fino a maggio e prende definitivamente corpo l’ipotesi di una uscita del Regno Unito dall’Europa “senza regole”.

Il terzo no della House of Commons dopo quello di gennaio e quello di marzo, è arrivato oggi, durante la sessione speciale convocata per il voto sulle condizioni che la May ha concordato con Bruxelles e che è stato chiesto dal Consiglio europeo come condizione per concedere un rinvio della Brexit (che avrebbe dovuto verificarsi oggi) fino a maggio e non solo fino ad aprile.

Per scongiurare la sconfitta, la May due giorni fa è arrivata ad offrire le sue dimissioni incaso di voto favorevole, nel tentativo di convincere le frange euroscettiche che si annidano nel suo partito e che sostengono una rottura più decisiva con l’UE rispetto al divorzio soft prospettato dal suo accordo.

E a rendere pesante anche questa sconfitta della May, il numero dei voti contrari, altissimo anche questa volta: hanno votato contro ben 344 deputati, e a favore solo 286. Insomma, non tornano affatto i conti della maggioranza che, sulla carta, avrebbe dovuto appoggiare la May, e composta dai Conservatori e dal Partito Democratico Unionista nord irlandese.

Il governo è stato sconfitto con 58 voti. 34, invece, i conservatori ‘ribelli’ ad aver votato contro, mentre 5 laburisti hanno votato a favore. L’analisi del voto evidenzia che la proposta del primo ministro non ha assolutamente fatto breccia nell’opposizione. I 286 voti a favore dell’accordo sono quasi tutti riconducibili al partito Conservatore (277). Oltre ai 5 membri del Labour (Sir Kevin Barron, Rosie Cooper, Jim Fitzpatrick, Caroline Flint e John Mann), hanno votato a favore dell’accordo 4 indipendenti (Ian Austin, Frank Field, Sylvia Hermon e Stephen Lloyd). Tra i 344 no spiccano 234 voti laburisti, 34 conservatori, 34 del partito nazionale scozzese, 16 indipendenti, 11 libdem, 10 del partito unionista nordirlandese (Dup), 4 del partito del Galles e 1 verde.

La May aveva detto chiaramente ai deputati, nel chiedere il voto favorevole, che questa poteva essere l’ultima occasione per una Brexit ordinata e regolamentata, mentre il voto contrario avrebbe significato potuto significare anche un allungamento o un ritardo nell’uscita dall’Europa, con tempi che diventanoo anche difficili da prevedere e calcolare.

E infatti, a questo punto, nessuno è in grado di prevedere le conseguenze di questo ennesimo e ultimo voto contrario, né si può capire se la Brexit si terrà o meno il 12 aprile. E per alcuni perfino la stessa Brexit potrebbe essere messa in discussione.

“Temo che stiamo raggiungendo i limiti di questo processo – ha detto la stessa May in Aula dopo la sconfitta – Le implicazioni della decisione della Camera sono gravi. E a questo punto la conseguenza è che il Regno Unito lascerà l’Unione europea il 12 aprile”.

La prima ad uscire con le ossa rotte dal voto è proprio la May, che a questo punto potrebbe non avere più alcuna strategia, è chiaramente priva di maggioranza in Parlamento e potrebbe non avere più alcun altro margine di manovra.

Incerte sono anche le stesse vie di uscita da questa clamorosa impasse e che vanno dal “via la divorzio senza regole”, con il caos che si potrebbe verificare in ogni angolo del Paese, alle elezioni anticipate, a meno di non voler andare a Bruxelles ad elemosinare una proroga del rinvio. Anche perché la stessa May ha detto al Parlamento che, a questo punto, ci sarebbero solo appena 14 giorni di tempoi, del tutto insufficienti per poter discutere un accordo decente con l’Ue.

Un’altra ipotesi, piuttosto disperata nonché decisamente azzardata, e circolata nel pomeriggio, prevede invece il ricorso ad un quarto voto dei Comuni. Questa volta, però, il voto sarebbe su una versione soft dell’accordo Brexit, da concordare tra le forze politiche presenti in Parlamento e che punterebbe ad ottenere il sostegno di una nuova maggioranza.

Bruxelles lavora al divorzio

Una cosa è certa, però: dopo il voto contrario, a Bruxelles ora si lavora per accelerare addirittura il divorzio da Londra, come chiede da tempo il presidente francese Emmanuel Macron. Già pochi minuti dopo il voto, infatti, anche il preidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, che fin qui ha lavorato come mediatore, ha invece già annunciato via Twitter che i leader degli altri 27 Paesi europei si riuniranno il prossimo 10 aprile “per discutere dell’uscita della Gran Bretagna dal blocco”.

E il primo ministro olandese Mark Rutte ha detto ai giornalisti che “Una delle due strade per una Brexit ordinata sembra ora chiusa. Resta aperta solo l’altra strada, ma tocca ai britannici chiarire cosa vogliono fare prima del 12 aprile. Il rischio di una Brexit senza contratto è ora molto reale”.

Anche una portavoce della Commissione europea ha spiegato che dopo il voto alla Camera dei Comuni, “una Brexit senza accordo il 12 aprile è ora uno scenario probabile”. L’esecutivo Ue, ha rimarcato la portavoce, “si rammarica per il voto negativo di oggi alla Camera dei Comuni”. “Per quanto riguarda la decisione del Consiglio Europeo sull’articolo 50 del 22 marzo – ha proseguito – il periodo previsto dall’articolo 50 è prorogato fino al 12 aprile. Starà ora al Regno Unito indicare una via per procedere prima di quella data, perché sia considerata dal Consiglio Europeo. L’Ue si prepara per questa eventualità dal dicembre 2017 ed è ora del tutto pronta per uno scenario di no deal alla mezzanotte del 12 aprile”. L’Unione, ha concluso, “rimarrà unita. I benefici dell’accordo di ritiro, incluso il periodo di transizione, non saranno replicati per alcun motivo in uno scenario di no deal. Mini accordi settoriali non sono un’opzione” per l’Ue.

Londra ha ora due settimane per convincere Bruxelles

Di fatto, ora Londra ha praticamente due settimane di tempo per convincere Bruxelles, e soprattutto gli altri 27 leader, che ha ancora una strategia credibile per uscire dall’Europa e scongiurare di essere “buttata fuori” dall’Unione senza uno straccio di accordo su cosa sarà il dopo Brexit.

Con il prevedibile caos che si creerà soprattutto nel quadro delle relazioni commerciali tra Euopa e Gran Bretagna, senza contare le enormi ripercussioni sull’economia del Regno e perfino della vicina Irlanda.

L’altra questione che contribuisce a rendere sempre più complicata l’empasse è che se si arrivasse a maggio, la Gran Bretagna sarebbe obbligata a partecipare alle elezioni del Parlamento europeo a maggio.

Per questo, resta in qualche modo in piedi anche l’ipotesi di ricorrere ad un referendum, il secondo, in cui la popolazione verrebbe chiamata a votare per confermare o smentire il voto sulla Brexit del 2016.